Pillola 73

Prigionieri del lussoCome il consumismo ci ruba la libertà

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A. Mangano
Intro alla pillola

Fare acquisti ci illude di essere liberi, di avvicinarci ai nostri sogni e di avere controllo sulla nostra vita.

Tuttavia, questo ci spinge a comprare beni oltre le nostre possibilità, che non migliorano davvero la nostra esistenza.

Quanto tempo e libertà ci costa, in realtà, un bene di lusso?

Parlare di soldi mi fa venire l'orticaria. Sul serio. È una di quelle cose che preferirei evitare, tipo le riunioni di condominio o i matrimoni dei cugini di terzo grado che non vedi da dieci anni e non sai mai cosa dirgli. Però poi mi sono reso conto che se non ne parliamo, rischiamo di combinarla grossa. E per grossa intendo proprio grossa: ritrovarsi a quarant'anni a pagare ancora la PlayStation comprata a venti, o accorgersi a cinquanta che non hai messo da parte niente, proprio niente, di tutti i soldi che sono passati per le tue mani.

Con i soldi abbiamo un rapporto malato. Non è una questione di quanto ne guadagni — è una questione di come ci stai dentro, mentalmente. Li trattiamo come se fossero la risposta a tutti i problemi, quando spesso sono proprio loro il problema. O meglio: non i soldi in sé, ma il modo in cui ci relazioniamo a loro.

È un po' come da bambini, quando pensavamo che da grandi avremmo mangiato gelato a colazione tutti i giorni. Poi cresci e scopri che se lo fai davvero, dopo una settimana stai malissimo. Il desiderio era reale. Il modo di soddisfarlo era sbagliato.

Il denaro dovrebbe funzionare come un buon amico: presente quando serve, discreto quando non c'è bisogno. Invece no — ne abbiamo fatto una specie di divinità pagana a cui sacrificare la salute mentale, il sonno, le relazioni, il tempo libero.
Lavoriamo di più per spendere di più per sentirci meglio, e alla fine del giro ci ritroviamo stanchi, indebitati e con un armadio pieno di cose che non usiamo.

Prendiamo Giuseppe. Chiamiamolo Giuseppe, che è un nome che va sempre bene. Giuseppe prende 1.500 euro al mese, giusto? E che fa? Si compra una macchina da 50.000 euro. Giuseppe, dico io — hai presente che i conti dovrebbero tornare? È come se io, che peso 80 chili, decidessi di indossare una taglia 42. Tecnicamente si fa. Ma poi sto male tutto il giorno.

Giuseppe è felice per due settimane. Forse tre. Poi inizia il dramma. Perché quella macchina mica si mantiene da sola: vuole benzina, assicurazione, tagliandi, il bollo, il parcheggio, e quella rata mensile che pesa sempre troppo. Giuseppe si alza la mattina e invece di pensare "che bella giornata", pensa "Madonna, la rata". E quella rata non è solo una questione di soldi — è una questione di testa. Ti occupa i pensieri, ti cambia l'umore, ti mette addosso una pressione sottile e costante che non ti lascia mai del tutto tranquillo.

Qui casca l'asino.

Noi compriamo le cose convinti che ci renderanno felici. È una convinzione profonda, quasi irrazionale.

Vediamo qualcosa, lo vogliamo, ci immaginiamo con quella cosa in mano e ci sentiamo già meglio. Il problema è che quella sensazione dura pochissimo — lo dicono anche gli studi, si chiama adattamento edonico, ma non serve saperlo in termini tecnici per averlo vissuto sulla propria pelle. Compri la cosa, sei contento per un po', poi diventa normale, poi sparisce sullo sfondo, e tu sei già a desiderare la prossima cosa.

Nel frattempo, però, i problemi restano. Anzi, spesso si aggiungono.

E poi c'è la parte comica — o tragica, dipende da come la guardi. Ci convinciamo di essere liberi. "Io faccio quello che voglio con i miei soldi!" Sì, Giuseppe. Però per i prossimi cinque anni fai quello che vuole la banca, che non è esattamente la stessa cosa.

La libertà che pensavi di comprare ti è costata, in realtà, un bel pezzo di libertà vera.

Non sto facendo il moralista, sia chiaro. Non si tratta di vivere come gli eremiti del deserto, di rinunciare a tutto, di fare del sacrificio una religione. Se vuoi fare un prestito per studiare, per imparare qualcosa che ti apre delle porte, per un investimento che ha senso — benissimo. Il debito non è il demonio. Il debito stupido sì. E il debito stupido è quello che contrai non per costruire qualcosa, ma per sembrare qualcosa.

Perché è lì che sta il nodo, alla fine. Gran parte delle spese inutili non le facciamo per noi. Le facciamo per gli altri. Per come ci vedono al semaforo, per cosa pensano i colleghi, per tenere il passo con un'idea di vita che qualcun altro ha deciso per noi. Compriamo approvazione a rate. E l'approvazione a rate, come tutte le cose a rate, costa sempre più di quanto pensi.

I soldi dovrebbero servirci per vivere meglio — non per fare scena. Dovrebbero darci tempo, non togliercelo. Dovrebbero renderci più liberi, non più schiavi dell'ansia che ci viene quando guardiamo il conto a fine mese.

E il modo più concreto, più diretto, più banalmente efficace per avvicinarsi a quella libertà? Spendere meno di quello che guadagni. Lo so, sembra una stronzata. Sembra troppo semplice per essere la risposta. Ma funziona. Ogni volta che non compri quella cosa che non ti serve davvero, non stai rinunciando a qualcosa — stai mettendo da parte un pezzetto di margine. Di spazio. Di respiro. E il respiro, quando ti manca, vale tutto.

Non si tratta di diventare Zio Paperone che conta le monete sul materasso. Si tratta di fare una domanda onesta, prima di tirare fuori la carta di credito: sto comprando questa cosa perché mi serve o perché mi fa sentire meglio per venti minuti? E se la risposta è la seconda — e spesso lo è — forse vale la pena aspettare. Dormirci su. Vedere se il giorno dopo lo vuoi ancora.

Spesso il giorno dopo non lo vuoi più.

Alla fine, quando saremo vecchi e un po' rimbambiti, non ci ricorderemo della marca delle scarpe o della cilindrata della macchina. Ci ricorderemo di come ci siamo sentiti. Se eravamo sereni o in affanno. Se avevamo tempo o lo rincorrevamo sempre. Se eravamo liberi o stavamo ancora pagando qualcosa.

Sentirsi liberi è una cosa concreta. Non è un'idea astratta — è svegliarsi la mattina senza il peso di qualcosa che ti aspetta, senza una rata che ti aspetta, senza un conto che ti giudica. È una sensazione fisica, quasi. E costa molto meno di quello che pensiamo. Basta smettere di comprare le cose sbagliate e fuori dalla nostra portata.

© Riproduzione riservata - 12/09/2024
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Tag: Indipendenza finanziaria, Scelte consapevoli, Stile di vita, Eliminare il superfluo

Autore della Pillola
Andrea Mangano

Negli ultimi dieci anni ho affrontato con passione diverse sfide personali e imprenditoriali, spinto dal desiderio di vivere con intenzione e non schiavo della routine. Miro ad essere sempre più padrone del mio tempo e consapevole delle mie scelte.

Sono l'autore delle Pillole di Consapevolezza, un progetto che incarna questo percorso di crescita e riflessione.

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